sabato, 25 febbraio 2006, ore 08:56

Scoprire cose rimaste congelate da mesi non mi ha rassicurato. Mi ha dato brividi, per nulla piacevoli. E non credo sia dovuto solo al fatto che tra quella roba, quella alla quale tenevo era una minima parte.
Persone che non vedevo da centinaia di giorni, che non sapevano nulla di me da sei mesi, gente che avrei preferito non vedere per altre migliaia, di giorni.
E scusatemi l’inadeguatezza linguistica. Mi viene difficile scrivere, ultimamente.
Ritrovare con loro, intatta, la stessa nausea che mi lasciava sola in mezzo a una folla, che mi faceva venire voglia di usare i pugni e i denti e i calci e le urla isteriche pur di cavare qualcosa da quelle teste in apparenza assolutamente vuote.
La sensazione insopportabile di sentirmi superiore, ed era difficilissimo sbarazzarsene, perché se chiedi come stai,-tutto a posto,-materie? Tutto unito così senza guardare negli occhi una sola volta, bè, va a cagare, figlio.. lontano, però. E sorrisi falsi… che scempio. Che schifezza, in rapporto anche ai tesori che mi circondano e tra i quali affondo per tranquillizzarmi, ché loro sono qui, e sono tantissimo. E dire che quello di ieri sera era anche un pubblico selezionato. Da gusti diversi dai tuoi, e allora? Da persone che ammiri mentre suonano, e alle quali tireresti qualcosa in testa per aver portato là quel brocco che pur di non fare come me (in un angolo sola) balla senza guardarsi intorno e facendo di tutto per far guardare sè. Fa pena più che ridere. Anche io, faccio pena più che piangere, a dire il vero.
E sorridere di rimando a persone troppo belle per essere reali, e sorridere sapendo di non essere guardata da una persona che ne guarda solo un’altra, che non ricambia se non con una smorfia altezzosa che poi non fa neanche totalmente apposta, è il suo viso in quel modo, anzi, per lei è un sorriso interessato. E trovarsi con quella che prima di te è stata con lui, e dopo anche, e dopo un’altra ancora, e prima di non mi riguarda chi altra, perché in fondo è il suo carisma che ci tiene vicine, che ci fa guardare dritto negli occhi ridendo e ognuna pensando “chissà cosa ci avrà trovato”. Una specie di harem, insomma. Dal quale per sei mesi sono allegramente sfuggita, emigrata in un’oasi di pace estrema, tanto estrema da terminare di botto, come avete potuto vedere. Un’oasi che mi ha fatto sentire ancora di più, ieri sera, la voglia di fuggire lontano, di prendere un treno e vendere cavolfiori a Roma, ma per lo meno con la possibilità di… ma di cosa?! Che ho nella testa?! Che ci faccio con i pochi neuroni che ancora mi restano?! Buttigghie, come diceva qualcuno?! La sensazione tremenda di sapere che non solo quello che vorresti non è quello che hai davanti gli occhi, quello che ti circonda in quel momento, ma, spatti (evviva il dialetto siciliano)!, è tanto lontano da te che manco ti risponde, perché è in giro per la città che vorresti avere il tempo di visitare e perderti ogni volta più a fondo, con gente che fa della musica la sua vita, con Altro, insomma, Altro che non ha nessuna intenzione di includere anche te.
E cerchiamo ancora, cerchiamo lontano, più lontano questa volta, culliamo i sogni ché almeno loro non possono sparire a bacchetta, e questo cribbio di equilibrio fantomatico lo troveremo prima o poi, con integrità, con passione, a testa alta e occhi negli occhi, senza nessuna paura.
E sentirsi nuda in mezzo a chi da l’impressione di volersi sempre scoprire per poi fermarsi a metà strada senza lasciare altro che quello, l’impressione di aver voluto…, e sentirsi osservata con un po’ di rossore sulle guance, perché pare sia sconveniente lasciare vedere la propria anima, soprattutto in mezzo a chi non lo permette della propria. Sentire ali grandi e invisibili sulla schiena, e perdonatemi gli eccessi da sognatrice romantica e molto retrò, ormai è una tradizione, mi circondo di chi ha le mie stesse illusioni, che volete… un po’ come tutti, se non sbaglio.
Au revoir.
clearwings