Così, dolcemente, delle carezze sciolgono un destino.
Portare le dita alle labbra, sentirne profilo e consistenza, socchiuderle e saggiare il calore del fiato, del proprio fiato, che effetto farà in un bacio? Osservare le ciglia che con eleganza chiudono il profilo dell’occhio, nel contorno del sopracciglio, del viso, del corpo, osservare e portare le stesse dita che hanno seguito le labbra, su quelle curve di ombra, di nero. Riconoscersi.
Saggiare il velluto della pelle sotto le mani, poggiate appena, scorrerle lungo una mano, un braccio, spalle, collo e poi di nuovo labbra, e fermarle sospese sulle guance, delicatamente avvicinare quel volto, silenziosamente dimenticarvi baci.
Parole dette al buio, parole pensate, mai osate, taglienti, ustionanti, viscerali, parole pesanti insicure scortesi azzardate estreme.
Idee proibite, d’un tratto vicine, poi di nuovo impalpabili, sfuggenti, aleggiano nell’aria ma non possono essere definite, non puoi perdertici dentro. Come profumi.
Sensazioni fugaci, illuminazioni, accordi mancati per un tempo, brevissime armonie di cui rimane solo l’ombra nella memoria, impronta indelebile di qualcosa che c’è stato.
Limitare se stessi, fermare la propria mano, lingua, rispettare. Annullarsi nell’altro e ripescarsi poco a poco, timidamente mettere in gioco.