La sabbia di un certo Signore sugli occhi al risveglio da un mondo estremamente reale (come puoi distinguere…?), da un ragazzo che amo, da un cielo grigio piombo come la luce, da un bambino in piazza del duomo, un bambino con il naso sporco e il padre che gli urla dall’altro lato della piazza, e lui pernacchie. Da un libro dei giorni, delle ore e delle stagioni, un libro grande, cartonato, con plastica luccicante per alcuni particolari dei disegni, un libro prezioso, un regalo, fiammiferi. Un viaggio, un cugino grande con le mani piccole, valigie in ritardo e partenze che sbucano all’improvviso (le cose belle finiscono subito); e cani dietro di me.
Così, dolcemente, delle carezze sciolgono un destino.
Portare le dita alle labbra, sentirne profilo e consistenza, socchiuderle e saggiare il calore del fiato, del proprio fiato, che effetto farà in un bacio? Osservare le ciglia che con eleganza chiudono il profilo dell’occhio, nel contorno del sopracciglio, del viso, del corpo, osservare e portare le stesse dita che hanno seguito le labbra, su quelle curve di ombra, di nero. Riconoscersi.
Saggiare il velluto della pelle sotto le mani, poggiate appena, scorrerle lungo una mano, un braccio, spalle, collo e poi di nuovo labbra, e fermarle sospese sulle guance, delicatamente avvicinare quel volto, silenziosamente dimenticarvi baci.
Parole dette al buio, parole pensate, mai osate, taglienti, ustionanti, viscerali, parole pesanti insicure scortesi azzardate estreme.
Idee proibite, d’un tratto vicine, poi di nuovo impalpabili, sfuggenti, aleggiano nell’aria ma non possono essere definite, non puoi perdertici dentro. Come profumi.
Sensazioni fugaci, illuminazioni, accordi mancati per un tempo, brevissime armonie di cui rimane solo l’ombra nella memoria, impronta indelebile di qualcosa che c’è stato.
Limitare se stessi, fermare la propria mano, lingua, rispettare. Annullarsi nell’altro e ripescarsi poco a poco, timidamente mettere in gioco.
Da recenti discussioni su blogs vari, son venuti a galla una serie di punti su cui volevo rendere pubblica la mia posizione:
1io sono quella che, messa davanti a un testo, così come a una persona, vi crede ciecamente, prima e anche dopo essersi posta il problema della finzione del testo, della posa o dell’esperienza.
Inoltre, dopo, invece di incacchiarmi perché sono stata presa in giro (ma quando mai, sono io che ci ho creduto, che la controparte lo volesse o meno), mi trovo a chiedermi perché e percome quella data persona ha detto/scritto qualcosa che non è vero. Cosa vuole ottenere, e se e come posso dargliela senza troppi giri o sforzi di sorta.
Esempio: hypermadre. Leggo, sorrido, immagino, penso cosa può voler dire una situazione del genere. Sono completamente immersa nella scena. Questo avviene sia per la sapiente scrittura, sia per la forza che su di me hanno le immagini.
Chiamo mia mamma, voglio condividere: lei legge, sorride per 2 secondi circa, e dice “sì vabbè… però è inventato, per forza. Carino.” Si alza e se ne va. Ha assorbito la scena, ma non è rimasta impigliata in essa come me. Che questo avvenga perché l’immagine non la tocca, è un conto, e vabbè. Ma che la frase le sia uscita di bocca così presto, e che io sia caduta dalle nuvole sentendola, è un altro.
Questo è il mio modo di essere, e non voglio darvi accezioni di sorta. Semplice ritratto.
Non so, mi metto a raccontare (con vergogna, eh; la vergogna la supero, mi forzo) di cosa mi è successo quando ho avuto la prima mestruazione; mi impongo - quasi come terapia - di scrivere di mio padre che sta male; parlo senza remore dei miei errori, dei miei rimpianti, del mio rapporto con i tranquillanti, dei miei problemi economici. Mi autosputtano di continuo, fin troppo per quel che viene considerato "politically correct". Umana, troppo umana? Vorrei davvero capire come questa immagine parte proiettata in un modo e arriva in un altro. Sicché di qui c'è una Babsi fragile, autosputtanante, persino sofferente o imbarazzata, e di là arriva l'immagine di una donna rigida, gelida, in tenuta sadomaso. Che succede, perché succede? [B.J.]
2 FONTE:
- il berlusconismo è stato uno straordinario rivelatore di quanta poca dignità attraversi la società italiana, in particolare le categorie più protette, che pure potrebbero permettersi questo lusso. … giornalisti e politici.
- Legioni di giornalisti non soltanto contenti di servire il padrone, ma quasi euforici di essersi liberati d’ogni vaga ambizione o semplice finzione d’indipendenza, come di un insopportabile fardello.
- …atteggiamento incomprensibile per i colleghi di altre democrazie perché non si parla e non si scrive mai dell’editore perché … ripugna a qualunque giornalista abbia un minimo di dignità.
- … i politici nei confronti di un personaggio che li ha sempre trattati da pezzenti, cialtroni e perdigiorno, si sono inchinati sempre volentieri, con rare e per giunta incomprese eccezioni. … non soltanto una destra pateticamente cortigiana, ma anche buona parte della sinistra, ogni volta pronta a trattare, trovare un compromesso, aprire tavoli di dialogo con chi li ha sempre fatti saltare senza problemi. (…)
Al che mi dico: ma se tutti ci bloccassimo a quello che è successo in precedenza (rancore, privilegi interrelazionali), non rimarremmo fermi per giunta ammazzandoci l’un l’altro? Domanda retorica. Curzio Maltese non voleva dire questo… però per me è importante e riprendo questo filo, che è la ragione della mia posizione al punto 1, circa il chiedersi sempre perché e cascare in situazioni assurde solo per volontà di capire tutti, e dare a tutti la comprensione che credo chiedano. Atteggiamento da buona samaritana, e me ne dispiaccio anch’io, ma non ci posso far granché, è quello l’impulso, anche se magari mi riscuoto e non continuo per quella strada.
3 e 4
Ok. Il blog. Me lo sono chiesto tante volte, perché l’ho aperto e perché bene o male lo tengo.
È partita come un’emulazione, nei riguardi di chi rendeva pubbliche proprie composizioni di parole, accessibili ad altri che non avrebbero in altro modo potuto leggerle. Magari questi altri commentano: mi piace, non mi piace, stai tranquillo, secondo me. Fini a se stessi? Mah, perché è l’autore che ha scelto di far leggere quelle cose lì. In molti casi, quello che si cerca è proprio il plauso, la platea, l’”ascolto” (vedi punto 1). Soprattutto per i neo-blogger, per lo più di 13-14 anni. E, se non “fa rete”, non ha importanza, datosi che è esattamente questo lo scopo: mettere sé in rete, non fare rete. Entrare a far parte di comunità, in rete, invece di crearle.
Posizioni diverse, ma ugualmente rispettabili, a mio avviso.
Poi, che se si scrive è per effettivo bisogno (e quindi si scrive comunque, anche e soprattutto non in rete), e che ognuno applichi la propria idea a casa propria o meno (interferendo con le idee degli altri, in linea col proprio bisogno di considerazione), sono altri discorsi.
Inoltre, parlando di scrivere, si inglobano più cose, la creazione di testi propri, che esprimono opinioni, sfoghi o semplici esercizi, e la semplice enumerazione degli avvenimenti della propria giornata, magari commentati (spesso rientrano negli sfoghi).
Tirando le somme: come dice GiuGenna, la maggior parte sono (siamo!) lettori, e non creatori di rete. E non si sentono minimamente in colpa per questo. Semplicemente, non rientra nelle loro ambizioni e interessi.
E, tanto per ricadere su di me, uso il blog come “ricettacolo” per i miei pensieri, un qualcosa di intermedio tra la mia giornata (che non interessa a nessuno, nemmeno me, ma che magari uso per spiegare stati d’animo) e le mie creazioni… Ovvero, penso qualcosa, e poi, se me la ricordo ancora e mi sembra formata da parole appropriate al sentimento che la suscita (a volte la macino giorni, settimane…), la metto sul blog.
Sono diversi anni che non scrivo più solo su carta. Quando la “produzione” era abbondante, capitava che avessi molta carta e molti files .doc, per cui, spesso, ricopiavo roba dalla carta al pc, e spesso inviavo la stessa roba a chi volevo leggesse, capisse, reagisse, desse pareri, consigli, incoraggiamenti.
Esperienze di vita… avessi conosciuto i blog all’età in cui scrivevo così tanto, probabilmente non ne avrei fatto uso, per troppa insicurezza. O forse sì, ma gradualmente, dopo che i pareri delle persone per me davvero importanti fossero stati magnanimi e favorevoli.
5 e 6
che non “vada bene” non fare rete, che la maggior parte di coloro che la frequentano non la arricchiscano con spunti di varia natura (colpi di stato, libri letti, l’ultimo Lynch), è quanto meno opinabile.
Se da un lato sono convinta che chi non fa rete semplicemente non ha interesse per farlo, mentre piuttosto preferisce usarla come campo d’esercitazione per la propria, precaria, psiche (e non credo di dire un’enorme bugia, prima di tutto a me stessa), dall’altro lato credo che gran parte della questione può essere guardata in un modo come nel modo opposto.
Esempio. Nella società “reale”, fuori dai pc cioè, quanti sono scrittori, giornalisti, editori? Quanti, leggono, sono attenti alle vicende estere, a quelle globali e così via? Non so, io vivo in una città, Messina, dove anche quelli che credono di dare contributi essenziali alla città non hanno mai o quasi mai letto un libro, al massimo il giornale locale e quello sportivo, tutt’al più il proprio personale guru consultato una volta al mese. Dove il 70 % (di più…) dei ragazzi tra i 13 e i 20 anni hanno come unico interesse il pallone e il vestito nuovo. Dove, casualmente, i ragazzi che amano leggere e ascoltare musica sono dovuti sopravvivere ad anni d’inferno alle scuole dell’obbligo: chiedete, e vi diranno “nessuno mi capiva”.
Suppongo che questo genere di disagio sia comune un po’ in tutta Italia, e, mi permetto di ipotizzare, anche in parte d’Europa. Di conseguenza, se solo circa il 30% delle persone, nella vita “reale”, legge e scrive ad un certo livello, come si può pretendere che questa percentuale si rovesci sul web…? E perché, quando (pubblicamente) celebriamo uno scrittore, regista, musicista, disegnatore, che è sempre uno tra pochi, dovremmo (in rete) lamentarci di quelli che non ci sono? Non è meglio apprezzare quelli che, invece, insistono e producono, siano pure la minoranza? E se anche questi, quando la Apple produce il nuovo telefonino, sbavano e ne discutono animatamente, pazienza, non tutti siamo Joyce o Marquez. Probabilmente anche loro avevano passioni non proprio letterarie.
C’è un musicista ogni 10 muratori, per questo li uccidiamo tutti? Precludiamo loro l’uso della rete? Anche costruire può essere un’arte.
Che tutto questo produca disagio profondo, e che questo disagio sia sacrosanto, non lo metto in dubbio. Ma da qui a vedere per forza il bicchiere mezzo vuoto e in tinte catastrofiche, insomma, secondo me non è il caso.
8
uso questa frase per avallare la mia tesi di poco fa. Se negli ambienti giusti, le persone possono far nascere cose davvero interessanti. Anche e soprattutto (perché è più facile che in ufficio, per dire) in rete.
Personalmente, quando sono nei miei momenti neri, né questo né qualsivoglia esempio del genere mi smuove dalla disperazione. Nei momenti in cui sono in pace col mondo, però, come adesso, non vedo necessario accanirsi così (imho; non giudico niente e nessuno). Se uno ha i coglioni girati, non sopporta i plausi, che altrimenti farebbero piacere. Vorrebbe solo, casomai, spunti, altre riflessioni. La credo prospettiva. Sbaglio? No? La verità assoluta non esiste. Che tu sia scrittrice (9 e 10) oppure hostess, o qualsiasi altra cosa.
B.J. = Babsi Jones, nei commenti al post di cui sopra, dai quali ho preso anche gli altri stralci di frasi.