C’è qualcosa di intimamente mio, nel raccogliere conchiglie, e vetri, e sassi, a mare. Probabilmente, io, sono proprio quel gesto. Quella ostinata ricerca e quei mille scarti per trovare un guscio intatto, di un colore con un’identità, e un senso, un metodo. Quell’anelare ad una boccata d’ossigeno, dopo che le orecchie e gli occhi scoppiano di meraviglia, il corpo danzando nel ventre della vera madre. Quello sciacquare, detergere, pulire, posare con cura e dedizione, i frutti di tanto ed operoso vagare. Quel rimirarli, scorgerne imperfezioni, mutate figure, mancate bellezze, e rimetterli al posto, delicatamente, con affezione, cambiarli di schema, di sequenza, di piedistallo.

Beh, potrebbe capitare. Svegliarsi senza nemmeno essersi addormentati, gli occhi stanchi e la mente vagante. Potrebbe soffermarsi il pensiero, su cose di nessuna importanza, su cose più che vitali, su musiche quiete e fracassi insopprimibili. Su panorami perfettamente ripetibili, splendori domestici comunemente disprezzati o almeno non considerati. Su urla inudibili, su sguardi chiarissimi, dita intrecciate, desideri impellenti. Si potrebbe considerare, ad esempio, la catena di eventi che ha permesso a quest’anima di guardarla, in questo momento. Lo specchio che guarda se stesso si sporge sull’infinito. E la terra di cui ho sporche le mani, il sale e il gesso e il sangue e il vento che danno loro odore; e il cuore che scalpita in petto, e la fatica e il sollievo di una situazione che finisce in sospiri e sorrisi; e.
E insomma, potrebbe, sì, avanti, potrebbe, venir fuori un insano desiderio di sussurrare qualcosa su un blog. Insano e stupido, sì lo so.
Non una virgola è messa a caso. ^^
