lunedì, 27 febbraio 2006, ore 21:37

E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte
Ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte
Io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero
E naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo

Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro
Stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento
Copri l'amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto il mantello
A volte passa qualcuno, a volte c'è qualcuno che deve vederlo

Sogna, ragazzo, sogna
Quando sale il vento nelle vie del cuore
Quando un uomo vive per le sue parole o non vive più
Sogna, ragazzo, sogna
Non lasciarlo solo contro questo mondo
Non lasciarlo andare, sogna fino in fondo, fallo pure tu
Sogna, ragazzo, sogna
Quando cala il vento ma non è finita
Quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu
Sogna, ragazzo, sogna
Non cambiare un verso della tua canzone
Non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu

Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre
Perchè hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente
Passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita
Nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita

E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere
La vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare
La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire
Pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo, sogna
Quando lei si volta, quando lei non torna
Quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più
Sogna, ragazzo, sogna
Passeranno i giorni, passerà l'amore,
Passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu
Sogna, ragazzo, sogna
Piccolo ragazzo nella mia memoria.
Tante volte tanti dentro questa storia, non vi conto più
Sogna, ragazzo, sogna
Ti ho lasciato un foglio sulla scrivania
Manca solo un verso a quella poesia
Puoi finirla tu


Roberto Vecchioni - Sogna Ragazzo Sogna
brividi... se non l'avete già fatto ascoltate questa canzone... e poi mi dite che effetto vi fa? ;)
clearwings

sabato, 25 febbraio 2006, ore 11:57

Fernando Pessoa 225
DA IL GUARDIANO DI GREGGI
 
I
Non sono mai stato guardiano di greggi,
ma è come se lo fossi.
La mia anima è come un pastore,
conosce il vento e il sole
e va per mano alle stagioni
a seguire e a guardare.
Tutta la pace della Natura senza persone
viene a sedermisi accanto.
Ma io sono triste
come un tramonto immaginato,
quando rinfresca in fondo alla piana
e si sente la notte entrata
come una falena dalla finestra.
 
Ma la mia tristezza è quiete
perché è naturale e giusta
ed è ciò che deve essere nell'anima
quando essa pensa che esiste
e che le mani colgono fiori a sua insaputa.
 
Un suono di campanacci
oltre la curva della strada,
e i miei pensieri sono contenti.
Mi spiace solo di saperli contenti
Perché se non lo sapessi
invece di essere contenti e tristi
sarebbero allegri e contenti.
 
Pensare molesta come uscire sotto la pioggia
quando il vento cresce e la pioggia pare più forte.
 
Non ho ambizioni ne desideri.
Essere poeta non è una mia ambizione.
 
È la mia maniera di stare solo.
E se mi càpita di desiderare,
per pura immaginazione, di essere un agnello
(o il gregge intero
per sparpagliarmi su tutto il colle
e sentirmi contemporaneamente più cose felici),
è solo perché sento ciò che scrivo al tramonto
0 quando una nuvola passa una mano sulla luce
e scivola un silenzio sull'erba.
 
Quando mi siedo a scrivere versi
oppure, passeggiando per viottoli e sentieri,
scrivo versi sul foglio che mi porto nel pensiero,
sento di avere in mano un vincastro
e vedo un profilo di me stesso
in cima alla collina,
sorvegliando il mio gregge e guardando le mie idee,
sorvegliando le mie idee e guardando il mio gregge
e sorridendo vagamente come chi non capisce ciò che si dice
e vuole far finta di capire.
 
Saluto tutti coloro che mi leggeranno,
togliendomi il cappello a larghe falde,
quando mi vedono sulla mia porta
appena la diligenza spunta in cima al colle.
Li saluto e auguro loro sole,
e pioggia, quando la pioggia è necessaria,
e che nelle loro case, presso
una finestra aperta,
ci sia una sedia prediletta
ove possano sedersi leggendo i miei versi.
E che leggendo i miei versi pensino
che io sono una cosa naturale:
quell'albero antico, per esempio,
sotto la cui ombra si sedevano da bambini,
con un tonfo, stanchi di giocare,
e si asciugavano il sudore della fronte accaldata
con la manica del grembiule a righe.
[...]
V
 
C'è abbastanza metafisica nel non pensare a niente.
 
Che cosa penso io del mondo?
Che ne so cosa penso del mondo!
Se mi ammalassi ci penserei.
 
Che idea ho delle cose?
Che opinione ho sulle cause e gli effetti?
Cosa ho meditato su Dio e l'anima
e sulla creazione del Mondo?
 
Non lo so. Per me pensare a questo è chiudere gli occhi
e non pensare. È fare scorrere le tende
della mia finestra (ma essa non ha le tende).
 
Il mistero delle cose? Che ne so cos'è mistero!
L 'unico mistero è che ci sia chi pensi al mistero.
Chi sta al sole e chiude gli occhi,
comincia a non sapere cos'è il sole
e a pensare molte cose piene di calore.
Ma apre gli occhi e vede il sole
e non può più pensare a niente,
perché la luce del sole vale di più dei pensieri
di tutti i filosofi e di tutti i poeti.
La luce del sole non sa cosa fa
e per questo non sbaglia ed è comune e buona.
 
Metafisica? Che metafisica hanno quegli alberi?
Quella di essere verdi e chiomati e di avere rami
e quella di dare frutti al momento giusto, cosa che non ci fa pensare,
noi che non sappiamo accorgercene.
Ma quale metafisica meglio della loro,
che è quella di non sapere perché vivono
né sapere che non lo sanno?
«Costituzione intima delle cose»...
«Senso intimo dell'Universo»...
Tutto questo è falso, tutto questo non vuol dire niente.
È incredibile che si possa pensare a tali cose.
 
È lo stesso che pensare a ragioni e fini
quando l' alba sta irraggiando e dalle parti degli alberi
un vago oro lustro va perdendo l'oscurità.
 
Pensare al senso intimo delle cose
è in più, come pensare alla salute
o portare un bicchiere all'acqua delle fontane.
 
 
L'unico senso intimo delle cose
è che esse non hanno nessun senso intimo.
 
 
Non credo in Dio perché non l'ho mai visto.
Se egli volesse che credessi in lui,
verrebbe senza dubbio a parlarmi
e entrerebbe dalla mia porta
dicendomi: Eccomi!
 
(Forse ciò suona ridicolo agli orecchi
di chi, perché non sa cos'è guardare le cose,
non capisce chi ne parla
col modo di parlare che l'accorgersi di esse insegna).
 
 
Ma se Dio è i fiori e gli alberi
e i monti e il sole e il chiarore lunare,
allora credo in lui,
allora credo in lui ad ogni momento,
e la mia vita è tutta una preghiera e una messa,
e una comunione con gli occhi e attraverso gli orecchi.
 
Ma se Dio è gli alberi e i fiori
e i monti e la luce della luna e il sole,
perché lo chiamo Dio?
Lo chiamo fiori e alberi e monti e sole e chiar di luna;
perché se egli si è fatto perché io lo vedessi
sole e chiar di luna e fiori e alberi e monti,
se egli mi appare come essendo alberi e monti
e chiar di luna e sole e fiori,
vuol dire che vuole che io lo conosca
come alberi e monti e fiori e chiar di luna e sole.
E per questo io gli obbedisco,
(che altro so io di Dio che non Dio di se stesso?),
gli obbedisco nel vivere, spontaneamente,
come chi apre gli occhi e vede,
e lo chiamo chiar di luna e sole e fiori e alberi e monti,
e lo amo senza pensare a lui,
e lo penso vedendo e sentendo,
e sto con lui a ogni momento.
clearwings
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categoria : parole rapite

sabato, 25 febbraio 2006, ore 08:56

Scoprire cose rimaste congelate da mesi non mi ha rassicurato. Mi ha dato brividi, per nulla piacevoli. E non credo sia dovuto solo al fatto che tra quella roba, quella alla quale tenevo era una minima parte.
Persone che non vedevo da centinaia di giorni, che non sapevano nulla di me da sei mesi, gente che avrei preferito non vedere per altre migliaia, di giorni.
E scusatemi l’inadeguatezza linguistica. Mi viene difficile scrivere, ultimamente.
Ritrovare con loro, intatta, la stessa nausea che mi lasciava sola in mezzo a una folla, che mi faceva venire voglia di usare i pugni e i denti e i calci e le urla isteriche pur di cavare qualcosa da quelle teste in apparenza assolutamente vuote.
La sensazione insopportabile di sentirmi superiore, ed era difficilissimo sbarazzarsene, perché se chiedi come stai,-tutto a posto,-materie? Tutto unito così senza guardare negli occhi una sola volta, bè, va a cagare, figlio.. lontano, però. E sorrisi falsi… che scempio. Che schifezza, in rapporto anche ai tesori che mi circondano e tra i quali affondo per tranquillizzarmi, ché loro sono qui, e sono tantissimo. E dire che quello di ieri sera era anche un pubblico selezionato. Da gusti diversi dai tuoi, e allora? Da persone che ammiri mentre suonano, e alle quali tireresti qualcosa in testa per aver portato là quel brocco che pur di non fare come me (in un angolo sola) balla senza guardarsi intorno e facendo di tutto per far guardare sè. Fa pena più che ridere. Anche io, faccio pena più che piangere, a dire il vero.
E sorridere di rimando a persone troppo belle per essere reali, e sorridere sapendo di non essere guardata da una persona che ne guarda solo un’altra, che non ricambia se non con una smorfia altezzosa che poi non fa neanche totalmente apposta, è il suo viso in quel modo, anzi, per lei è un sorriso interessato. E trovarsi con quella che prima di te è stata con lui, e dopo anche, e dopo un’altra ancora, e prima di non mi riguarda chi altra, perché in fondo è il suo carisma che ci tiene vicine, che ci fa guardare dritto negli occhi ridendo e ognuna pensando “chissà cosa ci avrà trovato”. Una specie di harem, insomma. Dal quale per sei mesi sono allegramente sfuggita, emigrata in un’oasi di pace estrema, tanto estrema da terminare di botto, come avete potuto vedere. Un’oasi che mi ha fatto sentire ancora di più, ieri sera, la voglia di fuggire lontano, di prendere un treno e vendere cavolfiori a Roma, ma per lo meno con la possibilità di… ma di cosa?! Che ho nella testa?! Che ci faccio con i pochi neuroni che ancora mi restano?! Buttigghie, come diceva qualcuno?! La sensazione tremenda di sapere che non solo quello che vorresti non è quello che hai davanti gli occhi, quello che ti circonda in quel momento, ma, spatti (evviva il dialetto siciliano)!, è tanto lontano da te che manco ti risponde, perché è in giro per la città che vorresti avere il tempo di visitare e perderti ogni volta più a fondo, con gente che fa della musica la sua vita, con Altro, insomma, Altro che non ha nessuna intenzione di includere anche te.
E cerchiamo ancora, cerchiamo lontano, più lontano questa volta, culliamo i sogni ché almeno loro non possono sparire a bacchetta, e questo cribbio di equilibrio fantomatico lo troveremo prima o poi, con integrità, con passione, a testa alta e occhi negli occhi, senza nessuna paura.
E sentirsi nuda in mezzo a chi da l’impressione di volersi sempre scoprire per poi fermarsi a metà strada senza lasciare altro che quello, l’impressione di aver voluto…, e sentirsi osservata con un po’ di rossore sulle guance, perché pare sia sconveniente lasciare vedere la propria anima, soprattutto in mezzo a chi non lo permette della propria. Sentire ali grandi e invisibili sulla schiena, e perdonatemi gli eccessi da sognatrice romantica e molto retrò, ormai è una tradizione, mi circondo di chi ha le mie stesse illusioni, che volete… un po’ come tutti, se non sbaglio.
Au revoir.
clearwings