Fernando Pessoa 225
DA IL GUARDIANO DI GREGGI
I
Non sono mai stato guardiano di greggi,
ma è come se lo fossi.
La mia anima è come un pastore,
conosce il vento e il sole
e va per mano alle stagioni
a seguire e a guardare.
Tutta la pace della Natura senza persone
viene a sedermisi accanto.
Ma io sono triste
come un tramonto immaginato,
quando rinfresca in fondo alla piana
e si sente la notte entrata
come una falena dalla finestra.
Ma la mia tristezza è quiete
perché è naturale e giusta
ed è ciò che deve essere nell'anima
quando essa pensa che esiste
e che le mani colgono fiori a sua insaputa.
Un suono di campanacci
oltre la curva della strada,
e i miei pensieri sono contenti.
Mi spiace solo di saperli contenti
Perché se non lo sapessi
invece di essere contenti e tristi
sarebbero allegri e contenti.
Pensare molesta come uscire sotto la pioggia
quando il vento cresce e la pioggia pare più forte.
Non ho ambizioni ne desideri.
Essere poeta non è una mia ambizione.
È la mia maniera di stare solo.
E se mi càpita di desiderare,
per pura immaginazione, di essere un agnello
(o il gregge intero
per sparpagliarmi su tutto il colle
e sentirmi contemporaneamente più cose felici),
è solo perché sento ciò che scrivo al tramonto
0 quando una nuvola passa una mano sulla luce
e scivola un silenzio sull'erba.
Quando mi siedo a scrivere versi
oppure, passeggiando per viottoli e sentieri,
scrivo versi sul foglio che mi porto nel pensiero,
sento di avere in mano un vincastro
e vedo un profilo di me stesso
in cima alla collina,
sorvegliando il mio gregge e guardando le mie idee,
sorvegliando le mie idee e guardando il mio gregge
e sorridendo vagamente come chi non capisce ciò che si dice
e vuole far finta di capire.
Saluto tutti coloro che mi leggeranno,
togliendomi il cappello a larghe falde,
quando mi vedono sulla mia porta
appena la diligenza spunta in cima al colle.
Li saluto e auguro loro sole,
e pioggia, quando la pioggia è necessaria,
e che nelle loro case, presso
una finestra aperta,
ci sia una sedia prediletta
ove possano sedersi leggendo i miei versi.
E che leggendo i miei versi pensino
che io sono una cosa naturale:
quell'albero antico, per esempio,
sotto la cui ombra si sedevano da bambini,
con un tonfo, stanchi di giocare,
e si asciugavano il sudore della fronte accaldata
con la manica del grembiule a righe.
[...]
V
C'è abbastanza metafisica nel non pensare a niente.
Che cosa penso io del mondo?
Che ne so cosa penso del mondo!
Se mi ammalassi ci penserei.
Che idea ho delle cose?
Che opinione ho sulle cause e gli effetti?
Cosa ho meditato su Dio e l'anima
e sulla creazione del Mondo?
Non lo so. Per me pensare a questo è chiudere gli occhi
e non pensare. È fare scorrere le tende
della mia finestra (ma essa non ha le tende).
Il mistero delle cose? Che ne so cos'è mistero!
L 'unico mistero è che ci sia chi pensi al mistero.
Chi sta al sole e chiude gli occhi,
comincia a non sapere cos'è il sole
e a pensare molte cose piene di calore.
Ma apre gli occhi e vede il sole
e non può più pensare a niente,
perché la luce del sole vale di più dei pensieri
di tutti i filosofi e di tutti i poeti.
La luce del sole non sa cosa fa
e per questo non sbaglia ed è comune e buona.
Metafisica? Che metafisica hanno quegli alberi?
Quella di essere verdi e chiomati e di avere rami
e quella di dare frutti al momento giusto, cosa che non ci fa pensare,
noi che non sappiamo accorgercene.
Ma quale metafisica meglio della loro,
che è quella di non sapere perché vivono
né sapere che non lo sanno?
«Costituzione intima delle cose»...
«Senso intimo dell'Universo»...
Tutto questo è falso, tutto questo non vuol dire niente.
È incredibile che si possa pensare a tali cose.
È lo stesso che pensare a ragioni e fini
quando l' alba sta irraggiando e dalle parti degli alberi
un vago oro lustro va perdendo l'oscurità.
Pensare al senso intimo delle cose
è in più, come pensare alla salute
o portare un bicchiere all'acqua delle fontane.
L'unico senso intimo delle cose
è che esse non hanno nessun senso intimo.
Non credo in Dio perché non l'ho mai visto.
Se egli volesse che credessi in lui,
verrebbe senza dubbio a parlarmi
e entrerebbe dalla mia porta
dicendomi: Eccomi!
(Forse ciò suona ridicolo agli orecchi
di chi, perché non sa cos'è guardare le cose,
non capisce chi ne parla
col modo di parlare che l'accorgersi di esse insegna).
Ma se Dio è i fiori e gli alberi
e i monti e il sole e il chiarore lunare,
allora credo in lui,
allora credo in lui ad ogni momento,
e la mia vita è tutta una preghiera e una messa,
e una comunione con gli occhi e attraverso gli orecchi.
Ma se Dio è gli alberi e i fiori
e i monti e la luce della luna e il sole,
perché lo chiamo Dio?
Lo chiamo fiori e alberi e monti e sole e chiar di luna;
perché se egli si è fatto perché io lo vedessi
sole e chiar di luna e fiori e alberi e monti,
se egli mi appare come essendo alberi e monti
e chiar di luna e sole e fiori,
vuol dire che vuole che io lo conosca
come alberi e monti e fiori e chiar di luna e sole.
E per questo io gli obbedisco,
(che altro so io di Dio che non Dio di se stesso?),
gli obbedisco nel vivere, spontaneamente,
come chi apre gli occhi e vede,
e lo chiamo chiar di luna e sole e fiori e alberi e monti,
e lo amo senza pensare a lui,
e lo penso vedendo e sentendo,
e sto con lui a ogni momento.